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L'incontro

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Riflessioni

Descrizione

Considerazioni sui testi della Scrittura: Cantico dei cantici

Ci sono due innamorati.

Lei lo vede avvicinarsi tra le colline, agile come un capretto, svelto come un cerbiatto, saltando fino al suo muro, spiandola dalla finestra al di là delle sbarre; e lo sente cantare chiamandola, invitandola a uscire.
Il suo ardore ha allontanato l'inverno, ha asciugato le piogge e ha coperto la terra di una festa di fiori, inaugurando la primavera.              
Il suo canto fa cantare la tortora, fa spuntare i primi frutti dal fico e fa fiorire di profumi le vigne.
E la chiama, sua amica e sua bella, nascosta com'è come una colomba fra le rocce, perché gli mostri il suo viso e perché canti con la sua voce soave con lui.

E c'è un altro innamorato, il Principe figlio del Re, che ha lasciato i palazzi celesti per buttarsi in un impulso di amore sulla terra dove si muore, come un eroe che procede alla vittoria, un atleta che gioisce del premio, un promesso sposo che esce dalla stanza nuziale, correndo come il sole sulle strade del cielo incontro alla sposa.
Per domiciliarsi sotto una tenda con lei, in mezzo a noi, pellegrini provvisori nel mondo, fratello, amico e medicina per gli uomini, sfiniti dall'inganno del Male.

E di questa spogliazione della Sua gloria, di questa discesa dalla reggia all'accampamento, dagli splendori alla notte, dalla festa al patire, dalla signoria all'obbedieza, la Sua gioia, come cantava nel Libro: “Mi farò una tenda fra le tende di Giacobbe e la mia gioia sarà abitare con i figli degli uomini.”

Viene a cercare noi, ad offrire e a chiedere amore, cerbiatto innamorato, amante infuocato che vuol rapire l'amata, pastore che prende in braccio la pecorina perduta, cantore che fa fiorire il deserto.
E compagna desiderata e bene perduto e deserto chiamato a fiorire siamo noi, tutti.

Il primo essere umano che incontra, il primo fratello, Lui primogenito della nuova famiglia di Dio, è un bambino.

E lo incontra in un modo che siamo grati a Luca per avercelo raccontato e alla Vergine per averglielo confidato.

Portato da Nazareth fino alle montagne di Giuda nel Suo primo viaggio (ne farà tanti) è ancora chiuso, da poco, nel ventre di quella fanciulla ancora sconvolta dall'annuncio dell'angelo e insieme sollecita a portare aiuto all'anziana perente che ha saputo ormai al sesto mese di una maternità voluta da Dio come la sua, visto che era sempre stata sterile.
Potranno, quelle due mamme che si vogliono bene, confidarsi e darsi una mano per affrontare l'inaudita avventura.
Quell'incontro ha affascinato tanti pittori che ce ne hanno dato immagini commoventi, quando i pittori attingevano alle fonti e non alle pozzanghere e tenevano gli occhi al Mistero.

E si incontrano due bambini, tutti e due chiusi nell'acquea oscurità di quei ventri.
 
E qui Luca ci racconta una cosa che anticipa quello che ci conferma oggi la scienza e che la gente semplice intuiva da sempre: che nel ventre delle loro mamme i bambini sentono le voci ed i suoni, ed hanno perfino memoria.

Vergogna per noi che ne uccidiamo tanti, di bambini, magari per figurare bene sulla spiaggia, o addirittura per impastarli in ricette di streghe e farne impacchi per le guance malridotte di vecchie danarose che non si arrendono alla vecchiaia.
E monito a noi che li rispettiamo poco; e tante volte li feriamo col fastidio di voci litigiose in famiglie che uccidono con i rancori la pace, invece di incoraggiarli con messaggi di tenerezza che farebbero loro bene come una  ninna nanna o come un adagio di Mozart.

“Appena il tuo saluto è arrivato ai miei orecchi, il mio bambino ha fatto un balzo di gioia nel mio grembo.”

Da quella imprevedibile aggressione di gioia quella mamma tardiva si è resa conto che quella fanciulla le portava il suo Signore.
Solo un saluto, non un corso accelerato di teologia o come dirà Paolo “parole persuasive di una sapienza umana”; una vibrazione, piuttosto, una esperienza addirittura corporale, nel ventre, per un incontro che trasfigura la vita.

E quel bambino Lo precederà da vicino, ultima voce dei lontani profeti, araldo che sveglia il deserto, portatore dei sandali del Re, Lo indicherà   agli uomini, come l'Agnello promesso ormai in mezzo a loro e guiderà la gente del Signore, scarcerata e illuminata dal Sole sulla via della pace. 
Ci racconta Matteo che Giovanni ormai in carcere per la testimonianza che aveva infastidito i potenti, come è accaduto sempre e sempre accadrà, mandò qualche suo discepolo a domandare a Gesù se era Lui che doveva venire o se bisognava aspettare un altro.
Da questo molti concludono che non ne fosse poi così sicuro.
Per me Glieli aveva mandati per darGli l'occasione di rispondere.

E sappiamo come ha risposto. Non con argomentazioni teologiche o citazioni di profeti, ma solo dicendo che riferissero quello che vedevano e quello che sentivano: che dei ciechi ci vedevano, degli storpi camminavano, dei sordi ci sentivano, dei muti cantavano, dei lebbrosi guarivano, dei morti  tornavano vivi e per i poveri c'era una promessa della quale si potevano fidare.”

Che è poi quello che promettevano i profeti, che annunciavano danze di
paralitici agili come cerbiatti, feste di poveri su aie coperte di grano e inondate di vini, canti di vittoria su bottini divisi, consolazioni di vedove e orfani, sorrisi di piangenti: e deserti in piena fioritura, savane aggredite dai torrenti, laghi non di miraggio circondati di frutteti; e una strada degna di un re, senza minacce di scorpioni o di belve, su cui andare cantando fino alle porte della Città sotto un baldacchino di benevolo sole.

Le promesse che lui confermava gridando nel deserto del mondo, ultima voce del tempo delle aspettazioni.
  
Giovanni ne era sicuro.
Fino a rischiare la sua testa, e a perderla, sotto la scure di un re debole e lussurioso – come tanti re sono – che ne temeva la giustizia.

Il Suo Signore Lo aveva incontrato prima di nascere, riconoscendoLo, primizia di tutti i futuri credenti, in un trasalimento di letizia; e quell'incontro lo aveva circonciso, battezzato e trafitto con un vulnus di luce che non sarebbe più guarito; testimone di una inaudita esperienza corporale che somiglierà a quella che obbligherà gli amici spauriti e confusi del Maestro perduto a testimoniarLo vivente, davanti ai signori del mondo. Non per aver elaborato “dotte invenzioni” ma per l'esperienza, anche per loro corporale, di occhi che videro, di mani che toccarono, di colazioni e di cene condivise.
 
Incontri, sempre. E sempre esperienze, che medicano le ferite, spengono il buio e accendono la gioia.

Ed è quello che tante volte manca a noi, magari diligenti nell'osservanza di adempimenti che sanno più di galateo che di innamoramento, in un rapporto che non è nemmeno più un rapporto, perché è senza incanto e senza gioia.

Penso a quel cristianesimo senza sorrisi, restio alla tenerezza e avaro di benevolenza, quando proprio la benevolenza dovrebbe renderci “nuovi” e credibili agli occhi degli uomini; una reticenza del cuore che sconcerta quelli che ci guardano e delude l'Amante.

La nostra fede può anche essere volonterosa, ma mai sicura, se non fiorisce dall'incontro con Colui che batte alla nostra porta e ci spia dalla finestra, per farci Suoi, per cantare con noi, ungendoci con i Suoi profumi di letizia.

La certezza di quell'ultimo profeta di Dio, che Lo avrebbe testimoniato fino alla morte, gli veniva da quell'incontro segreto che lo aveva fatto danzare di gioia in quel ventre, dalla esperienza prenatale di quella presa di possesso di Dio, da quella unzione di gioia che consacra i figli del Re.

Che l'intercessione di quel bambino che Gesù ha dichiarato “il più grande tra i nati da donna” ne faccia scendere come rugiada sul deserto qualche goccia anche su di noi, anche noi chiamati a non essere meno grandi di lui, nel Suo regno.
Renato Laffranchi - don@renatolaffranchi.it