"...ut dum visibiliter Deum cognoscimus
per Hunc in invisibilium amorem rapiamur."
Un tiro a quattro si lancia impetuoso ed immobile in un fuoco celeste che è lago e nuvola, fiammata e ampolla, incendio e vela, in un vuoto senz'aria, verso un'ansa del Cielo dalla quale si affaccia a riceverlo, da un arco di piccole nubi, il Signore.
I cavalli, magari equipaggiati di inutili selle, sembrano disegnati da un bambino, o da Chagall. Le redini le tiene un angelo sorvolante, mentre Elia rapito nel turbine sta fermo sul carro, incantato e anche un po’ spaventato, esperto com’è di miracoli ma ignaro di navigazioni stellari.
Il veicolo è connotato come un carro da quattro esili fantasmi di ruote, ma è un po' cocchio e un un po' slitta, un po' bagnarola e un po' barca, talvolta rustica benna campestre, o anche un po' conchiglia, come le vecchie carrozze delle giostre.
Sotto si inarca in un compendio di paesaggio, fiottando da improbabili sorgenti, il Giordano, sulle cui opposte rive il prima e il dopo della repentina assunzione — il profeta nella sua grotta solitaria, l’angelo notturno che lo conforta al cammino, il fuoco divino che brucia le offerte a scorno dei profeti di Baal, il miracolo della acque che si aprono come il mare di Mosè ed il magico mantello lasciato cadere sopra il discepolo — sono lì tutti insieme, in una impossibile contemporaneità.
E così è sempre in tutte le icone bizantine: spazi contratti e tempi agglutinati in una ricapitolazione abbreviata di luoghi diversi e di successioni temporal, per raccontarci in una sola immagine tutta una storia, una sequenza di eventi.
Laghi e mari che si compendiano in gusci di acque che indoviniamo profonde, tese come basalti o arricciate da eleganti turbolenze — acque nelle quali sembra difficile affondare, visto che Pietro vi galleggia asciutto e precipitoso verso il Maestro apparso sulla breve curva del lido — golfi solcati da minuscoli vascelli con fazzoleti di vele, dalle cui succinte murate si affacciano i passeggeri, in fila come dei vasi a una finestra.
Montagne raccontate con puntigliose esattezze, sempre scoscese e dolomitiche — anche la dolce gobba del Tabor che obbedendo al vangelo si fa "alto e in disparte" — e sempre così poco credibili, piccole come sono e compilate con pietre che non si trovano in nessuna cava del mondo, con cenge e creste e dirupi e fratture attribuibili solo a scombussolamenti tellurici ignoti ai geologi.
Edifici colorati e festosi, nei quali vien voglia di curiosare, e pure anch'essi così poco attendibili, per la loro estrosa stravaganza e per la spericolata inosservanza di congruenze strutturali, con quegli imbarazzanti rovesciamenti prospettici che contraddicono ogni aspettativa di suggestioni spaziali — tanto che capita di trovarci, noi riguardanti, ad un "punto di fuga" che è al di qua della superficie dipinta, nel nostro spazio, e non finto come ci aspetteremmo, al fondo di una illusoria profondità.
Edifici sempre visti dall'esterno, anche quando l'episodio accade in una casa, in un tempio, in un cenacolo, in una reggia o in una prigione, con pareti semplicemente rimosse perchè possiamo vedere all’interno, colonne retrocesse, pinnacoli vacillanti, altane malsicure — sghimbesci ed instabili, e sempre piccoli come giocattoli e sproporzionati come presepi, con quei drappeggi che li accordano in cadenze di danza, come se un bambino li avesse ornati per una sagra infantile.
Alberi-fiore, eleganti e irriconoscibili, e come trapiantati da quel lontano Giardino nel quale Dio usciva a prendere un po' d'aria, cercando Adamo, al termine del giorno.
Quell’erbario esotico e quegli arbusti spuntati per sortilegio sotto le mani di giardinieri fatati, e quelle selve strane, eleganti e succinte nelle quali ci capita ogni tanto di avvistare un cipresso o di individuare una rosa.
E quelle figure così riassunte in se stesse, così esigue e così modeste, anche se sono figure di re e di regine.
Quelle nudità così caste, quei corpi che non ci sembrano nemmeno carnali, asciutti e denutriti come sono.
Quei visi ombrosi e come accigliati, e come scavati da una memoria di dolori.E quegli occhi oscuri, come di terra, dalle cui pupille gli sguardi fluiscono ai nostri silenziosi e profondi, mansueti e imperiosi, come da un Pensiero che stia al di là del mondo, e catturano il cuore.
Quella strana inusitata bellezza che non è la nostra e non è quella delle nostre pitture, ma piuttosto quella dimessa, ritrosa e un po' triste dei poveri, che sembra anch'essa affacciarsi per una benevola condiscendenza da remoti splendori.
Quella luce che sembra stare dentro tutte le cose come se ne fosse la segreta sostanza e divaga per il mondo in un gioco imprevedibile e quieto;e non vedi mai da quali fonti si irradii a illuluminare un volto o una mano, una roccia o una scure o un tetto o una barca, ma sai che non viene dal sole, o dalla luna o da un fuoco se è notte.
E quell'oro diffuso, che si stringe in piccoli giri a onorare le teste dei santi e le impreziosisce ali di Arcangeli, troni di re, porte di templi e fastigi di prigioni e fa da sfondo a tutte le scene, ai paesaggi, alle cose; e che non rappresenta il cielo — citato quando occorra nominarlo da piccoli arcobaleni di azzurri — ma che per la sua sostanza regale e magica, inalterabile e quasi sovrumana, è l'emblema della stessa sostanza di Dio, il lume onnipresente dello Spirito che "contiene tutte le cose".
Poiché è lo Spirito che si affaccia da tutte le cose visibili e traspare da tutta la storia davanti agli occhi degli uomini, se gli uomini stanno attenti a guardare.
È lo Spirito che si fa visibile nelle icone, se guardando le icone non ci lasciamo deludere da quella apparente imperizia che ce le fa sembrare maldestre, se non ci ostiniamo a cercarvi quello che abbiamo imparato a cercare nelle figure dell'arte: il compiacimento di una bellezza allettante, l'appagante ostensione delle forme corporali, quella pittura "facile", "che tutti possono capire", che non impegna il pensiero, la memoria ed il cuore e ci imbandisce gratuitamente quello che chiamiamo "il piacere estetico".
Che è poi l'errore — prima spirituale che culturale — che ci rende spesso incapaci di capire forme artistiche non ossequienti ai nostri canoni, anche quando sono il legato delle più alte civiltà della storia, tutte sempre consapevoli, rispettose ed interpreti dell'Invisibile, del Divino e del Sacro, proprio da quelle quelle forme significati e testimoniati.
Eppure la grande conquista dell’arte del nostro tempo è proprio stata quella di avere violato l'obbligo del verosimile per farsi ancella del veridico, aprendo squarci alle irruzioni dell'improbabile e dell'incorporale — se il saggio Klee poteva scrivere che "il compito della pittura non è quello di dipingere il visibile, ma di rendere visibile l'invisibile", o "ciò che non sempre lo è".
Così l'arte ritrovava in Occidente i pensieri che fondavano "estetiche" lontane e diverse come quella che ha generato le icone e riimparava, con il coetaneo Piccolo Principe, quello che gli antichi maestri apevano, quello che i puri avevano sempre saputo e che sanno i bambini: che "si vede bene solo col cuore" e che "l'essenziale è invisibile agli occhi".
Rendere visibile l'Invisibile, dunque, è la vocazione delle icone e il servizio che le icone ci offrono, o piuttosto: figurare il visibile come permeato dall'Invisibile e come un'"ombra" di quello, e un'immagine — e immagine appunto in quanto visibile e corporale e nello stesso tempo allusivo e "rimandante".
Da qui vengono quelle esitazioni nel descrivere, quelle reticenze nel precisare, quell'astenersi da una finzione convincente del vero che ci aggrediscono da ogni icona, russa o "greca" che sia, con una uniformità sempre evidente sia nelle personalità eccelse che esecutori minori, che ne rivela condapevole coerenza e testifica circa la voluta elezione di uno "stile", che è il solo congruo alla natura di quell'arte e il solo idoneo a conseguirne il fine e a dichiararne le intanzioni..
Natura e stile non generati da "criteri estetici" o da convenzioni formali, ma da quella fondamentale nozione teologica che rivela ai cristiani il mistero del divino, il destino dell'uomo, il signifiato del mondo e il senso della storia: l'Incarnazione di Dio nel Suo Cristo.
Quel dio che gli Egiziani sentivano onnipresente supremo e unico e dichiaravano Inconoscibile — quel mistero cercato "a tastoni, come da ciechi”, dagli "investigatori di questo mondo" — quella Sostanza percepita ma non visibile che si faceva incontro agli uomini — dall'India allo Yucatan, dall'Oceania alla Cina — con mille nomi, in mille figure, in mille epifanie, con mille volti, per i credenti ha mostrato il Suo Volto nel Figlio.
L'interdetto mosaico alla figurazione del divino, che inquietava antichi cristiani con timori di idolatria, aveva avuto il suo senso fin che quel Volto si teneva celato, rendendo arbitraria, fantasiosa e perciò irriverente ogni figurazione che gli uomini ne potessero immaginare.
Ma l'interdetto cadeva — e lo comprese la Chiesa nel travaglio di faticose controversie — se l'Invisibile si era fatto visibile e corporale.
Osteggiare le immagini, oscurare il vedere, intimare il solo ascolto della parola — come volevano gli iconoclasti e poi imposero i riformatori e pretenderebbero oggi i fautori di una povertà che spoglia le chiese e lascia ricchi i cristiani — sarebbe stato e sarebbe ancora contraddire l'iniziativa di Dio.
Poiché in quella Sua epifania corporale Dio onorava la creatura e ne dichiarava la funzione figurale, santificando la vocazione dell’arte e legittimandone il ministero nella Sua Chiesa.
Per quel farsi carne di Dio un figlio d'uomo ne è diventato l'icona” veridica, definitiva e perfetta, lo specchio nitido e la vivente epifania.
"Icona del Dio invisibile", il Cristo è la matrice, il centro e la somma di tutte le icone, la "primogenita delle icone" potremmo dire;e non a caso quella del Suo Volto è di tutte la più venerata.
Anche perchè la pia tradizione si compiace di pensare che ogni immagine che lo raffigura sia legittimata dalla conformità ad un originale non fatto da mani di uomo, ma impresso dallo stesso Gesù su un puro lino mandato in dono ad un re curioso e pio.
Ma quella Sindone del volto del Signore, quel Sole santo che basterebbe da solo a svelarci i misteri, ad accendere amori, a indurci a domandare perdono, a suscitarci speranze di grazia, si riflette sui volti di coloro che gli sono vicini, fedeli e partecipi, come in un mirabile sistema solare, in una galassia di splendori celesti.
Si riflette, quel Sole, perfettamente, sul volto al quale il volto di Gesù doveva pur somigliare: quello della Vergine "bella come la Luna", quello di Colei che generandolo — “più bello fra tutti i figli dell’uomo” — restituiva al Nuovo Adamo il bel corpo che il Creatore aveva tratto per Eva dal primo Adamo dormiente nel Giardino.
E davvero tra tutte la sante icone quella di Lei è la più potente a trasmetterci pensieri divini, nostalgie di purezza, tenerezze celesti, apprensioni materne e consolazioni e rimproveri.
Si riflette, quel Sole, negli Angeli, onnipresenti in un mondo nel quale anche l’incorporale è visibile, repentini come le folgori o delicati come le aurore, o in cammino sopra la terra, umani e celesti, compagni degli uomini, visitatori, vindici, amici, guaritori o guerrieri, ambasciatori e pastori.
Si riflette nei santi, nei “Somiglianti”, partecipi e intimi dei Suoi tesori segreti: nei loro volti, nei loro atti, nei miracoli innumerevoli, nelle loro prove, nel loro quieto morire, nei loro martirii, nelle loro vittorie.
E si riflette su tutte le le cose, tutte assunte e associate ed incorporate da Lui, e tutte da Lui attratte e sospinte al di là del presente alla futura nuova forma del mondo.
Per questo la natura che le icone ci mostrano è come detta e non detta, riconoscibile eppure diversa, presente e come lontana, come l'affiorare di una memoria, o il presentimento di quella creazione futura.
Una "figura" del mondo più che una sua descrizione, una sembianza che accusa quella condizione non definitiva ma provvisoria che è delle cose ed è nostra, di cui la nostra attuale stoltezza ci fa dimentichi ma della quale le antiche culture erano e restano consapevoli, come ne è consapevole e maestra la Bibbia.
E che è un fondamento del “sentimento” cristiano del mondo, tanto che a sentire san Paolo e San Pietro dovremmo abitarlo, questo mondo, come se non vi abitassimo, "usarne come se non ne usassimo, poiché la sua immagine di adesso passa via", sempre comunque "come degli stranieri e dei passanti", la nostra vera cittadinanza non essendo qui ma altrove, o meglio qui ed altrove insieme.
Proprio a ricordare questo le icone ci aiutano, non trascurando il visibile e non insegnandoci a disprezzarlo, nemmeno in vista di sublimi scorporazioni, ma figurandocelo con veritiera innocenza per "ammaestrarci" a vederlo per quello che è, segno che allude, scrittura che rivela, parola pronunciata, e forma assunta.
Perché davvero "conoscendo Dio visibilmente, tramite Lui siamo rapiti all'amore delle Cose Invisibili".
Rapiti anche su quei piccoli carri di fuoco che sono le icone, come Elia sul suo carro, assunto come il Signore e che tornerà col Signore, quando "saranno arrotolati i cieli" presenti e il Fuoco Santo farà nuovo il mondo.
Allora l'incorporazione sarà compiuta, la materia santificata, l'umbratile luminoso, il Mistero svelato, l'Icona perfetta e gloriosa.