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Le sette Antifone Maggiori del tempo di Avvento

  • 2003

Serie

Riflessioni

Descrizione

Commento alle tavole sulle Antifone eseguite nel 2003

Richiesto lo scorso anno di suggerire ad un gruppo di amici qualche pensiero sul mistero del Natale, mi vennero in mente le antifone che la liturgia premette al canto vespertino del Magnificat nei sette giorni che precedono la Vigilia.

Mi tornavano ogni tanto nei pensieri, tra le molte memorie che continuano a visitarmi dai tempi lontani:del seminario e, più lontano ancora, dalle liturgie che mi incantavano nella chiesa della Pace da ragazzo.

Sono memorie di parole, brevi bagliori di quello scrigno di tesori al quale mi fu dato il dono di attingere, dal quale attingo ancora al termine della mia vita “cose nuove e cose antiche”, monete per i pedaggi dei guadi dell’anima, provviste per il mio viaggio, appoggi della fede, conferme della speranza, medicamenti per i miei mali, lucerne per le mie notti.
Elargizione gratuita, tesoro trovato, bene invidiabile di cui resto debitore alla Chiesa, così benefico alla mia vita che se anche la Chiesa del Signore fosse peggio di quello che è – e sappiamo che per nostra colpa non è davvaro un gran che - per quel dono io le dovrei e le tributo una gratitudine piena di amore.

Memorie di parole. Ma più ancora di canti: quegli inni solenni, pieni di forza e di gloria, di tenerezze e di commozioni, illuminanti e indimenti-cabili; quei salmi nei quali sussultavano le montagne, cantavano i popoli, gemevano i vinti, danzavano le foreste e le messi, giocavano i leoncini nel deserto e le balene nei mari e Dio cavalcava i cieli sulle ali dei venti.
O anche le brevi accensioni delle antifone, così concise e compiute, semplici e soggioganti, come quelle gemme che Monteverdi ha incastonato senza toccarle nella corona perfetta del suo Vespro.

Memorie di parole che anche appena sussurrate alla mente la trapassano con bagliori di sole e spade di fiamma, e che il canto colora e profuma, e muove come delle ali che che sollevano il cuore.a gioire di più saporose letizie, a sostentarsi di più rassicuranti certezze.
Dico quel canto che ha accompagnato la Chiesa del Signore per secoli, quella vetusta fascinazione che oggi pochi hanno il dono di rimpiagere e la volontà di custodire, quel vivo tesoro, quel depositum inestimabile, quel patrimonio minacciato, la cui sventata dissipazione lascia tante nostre celebrazioni così poco convincenti, iinadeguate come sono a contagiare i cuori con i sortilegi del Mistero.

Così è anche per queste sette anifone, per queste piccole stelle che si accendono negli ultimi giorni del Tempo dell’Avvento, quel Tempo che nel circolo dell’Anno è figura del grande vespro della storia, di quel suo declinare verso una Notte che non è un morire della luce, ma il suo apparire definitivo sul mondo; quel Tempo che induce nei cuori la nostalgia del Giardino Perduto ed il brivido di una Gloria ventura, la consapevolezza del male e la consolazione della misericordia, il dovere della veglia e il coraggio della speranza.

Sono testi brevissimi, di poche parole, che il latino rivela e insieme sigilla in una specie di intraducibilità nel banale, lasciandole misteriose, adombranti e allusive - e nello stesso tempo ineccepibili - e che il canto assume arricchisce e conferma, inducendo ad un ascolto che non è quello che si presta ad una adeguata enunciazione di pensieri, ma piuttosto quello con cui ascoltiamo un passaggio di Mozart, degli uccelli che cantano invisibili, dei bambini che ridono, i rumori di una foresta o le voci del mare.
Un ascolto al quale è necessaria – e sufficiente – l’attenzione del cuore.

Parole cantate.
E cantate, queste, in un canto che è per tutte sette lo stesso, pur se variano le figure, le immagini, le storie e le cose evocate - e pure di volta in volta conduce il cuore lontano a trovare i colori di aurore remote, a trasalire per lampi che trapassarono notti immemorabili, a percorrere strade regali nei deserti, a scalare montagne inaccessibili, a spiare l’espandersi improvviso di un virgulto, ad affacciarsi senza paura ai
battenti oscuri della Morte, a sorridere al Sole mattutino; e lo incoraggia alla edificazione della Città, sede dei concittadini di Dio.

Quelle parole, cantate nella memoria, mi diventano immagini.
Come apparizioni appena intraviste, che cerco a lungo di vedere più chiaramente - o meglio a lungo lascio decifrarsi, vincendo poco a poco con pacifica ostinazone la deludente miopia del cuore.

Così mi vengono i quadri, solitamente; così mi sono venute queste sette tavole, che quelle immagini interiori vorrebbero offrire agli amici, come una affettuosa confidenza, come il racconto di una interiore esplorazione o.piuttosto di una visitazione immeritata.

È come se li prendessi per mano accompagnandoli per queste sette stationes che scandiscono un cammino di Dio dal primo sorriso di luce che accese il mondo fino al Suo visitarci definitivo nel Cristo come fratello e compagno degli uomini.
Un cammino che è “nominato “ dai nomi con i quali il Signore è volta a volta invocato: Sapienza imperscrutabile, Adonai di Israele, Fiore dell’albero delle generazioni, Scettro del Re consacrato, Sole sorgente,
Fondamento della convivenza, Dio che vive con noi.

Certo, diventate pitture, circoscritte nella definizione della materia, quelle immagini sono meno convincenti delle figure interiori che aleggiano nella memoria, impoverite come sono dalla penuria di un pittore al quale non furono affidati dieci o cinque talenti, ma uno soltanto, che non ha avuto l’umiltà di nascondere.

Così quello che resta è poco più di una intenzione, che non basta certo ad assolvere Il pittore, ma potrà forse bastare a trasmettere a qualcuno il desiderio di conoscere meglio quelle parole, il sapore di quei pensieri, il fascino di quelle immagini, l’incanto di quei bagliori.
Se così fosse, mi terrei contento.

Per aiutarmi un poco, per aiutare la riconoscibilità delle allusioni, il ricordo degli eventi, l’evocazione delle figure, il messaggio dei simboli, accosterò alle immagini che posso offrirne alcuni passi di quei Libri dimenticati che li hanno generati nella mente della Chiesa attraverso i secoli, e nella mia, per tutta la mia vita.
E quelle Parole non mie saranno il mio vero dono ai miei amici.

O SAPIENTIA

O SAPIENTIA, QUAE EX ORE ALTISSIMI PRODISTI,
ATTINGENS A FINE USQUE AD FINEM FORTITER
SUAVITERQUE DISPONENS OMNIA
VENI AD AD DOCENDUM NOS VIAM PRUDENTIAE

O SAPIENZA
CHE SEI USCITA DALLA BOCCA DELL’ALTISSIMO
CHE REALIZZI TUTTI I TUOI DISEGNI CON FORZA
E SOAVEMENTE DISPONI TUTTE LE COSE
VIENI AD INSEGNARCI LA VIA DELLA SAGGEZZA..

Nei testi biblici la Sapienza appare come una presenza femminile,
figlia e compagna di Dio, operaia e regina, che lavora con Lui nel grande gioco della creazione del mondo, obbediente e solerte come il ragazzo di bottega di un artigiano, esatta, instancabile e piena di gioia.

La sentiamo parlare così nel capitolo XIII del Libro dei Proverbi:
“Il Signore mi volle con Lui quando cominciò ad operare,
prima che facesse qualsiasi cosa, dal principio.
Dall’eternità ero stata predisposta, dai giorni più remoti,
prima che ci fosse la terra.
Non c’erano ancora gli abissi ed io ero già stata concepita,
ancora non erano scaturite le acque dalle fonti
né si erano ancora assestate le montagne con il loro peso imponente.
Ero già stata partorita prima delle colline.
quando ancora non aveva fatto la terra
e i fiumi, e i cardini del mondo.
Quando spiegava i cieli io ero lì,
quando con legge sicura e limiti invvalòicabili scavava gli abissi,
quando fissava in alto gli spazi celesti
e sospendeva I bacini delle acque,
quando disegnava intorno al mare i suoi confini
e dttava una legge alle onde perché non li oltrepassassero,
quando fissava le fondamenta del mondo io ero con Lui,
ordinando tutte le cose
e mi dilettavo ogni giorno giocando sotto i Suoi occhi,
giocando nel gran circo del mondo.
E la mia gioia più grande era stare con i figli degli uomini.”

E di Lei si legge nel Libro della Sapienza, cap.7, 22…
“C’è in Lei uno spirito pieno di intelligenza, santo, coerente, molteplice,
sottile, vivace, convincente, limpido, fermo, soave, innamorato del bene,
acuto, che nulla può ostacolare, benefico, umano, stabile, sicuro,
senza affanno, che può tutto, che veglia sulle cose da lontano,
che penetra tutte le cose invisibilii; poichè di tutto ciò che si muove
è più mobile la sapienza, che arriva dovunque, e tutto possiede per la sua purezza.Essa è infatti come un alito della potenza divina, è la limpida
emanazione della gloria dell’Onnipotente, che non ha in sé nulla che non sia puro. È il candore dell’eterna luce e lo specchio senza macchia della divina Maestà, e l’immagine della Sua bontà.
Ed essendo una puo’ tutte le cose, e restando immutata in sé stessa tutte le cose rinova e di generazione entra nelle anime sante e forma gli amici di Dio.”

Quella Sapienza che i pittori di icone figurano come un giovane re
sopra un trono circondato dalla venerazione degli angeli, qualche volta come una maestosa e graziosa regina, qui è ridotta ad un quieto candore di luce.È quell’ “irradiazione della sostanza di Dio”, quello “splendore senza macchia” che ne fa visibile l’invisibile gloria, specchio, riflesso e “impronta” di quella segreta sostanza.
Quel sole è su un trono, sopra le sette colonne che si è tagliata per
l’edificazione dalla sua casa celeste, nella quale invita a banchetto gli uomini amici .(Libro dei Proverbi, cap. 9)
Quella luce si effonde nei cieli, sulle terre e sui mari come una irradia-zione di gioia.
È la gioia in vista della quale quale il mondo è stato pensato e creato, la stessa gioia che accendeva il cuore del Creatore al compimento di ogni giornata del Suo lavoro, quando vedeva che ogni cosa era buona, ed era bella.

Le domandiamo di venire da noi, Maestra della conoscenza e dell’ope-rare, Nutrice della maturazione, Signore che apre la festa dei cibi desiderabili e dei vini segreti, perchè ci insegni l’arte di vivere bene.

O ADONAI

O ADONAI
ET DUX DOMUS ISRAEL
QUI MOYSI IN IGNE FLAMMAE RUBI APPARUISTI
ET IN SINA LEGEM DEDUSTI
VENI AD LIBERANDUM NOS IN BRACHIO EXTENTO

O ADONAI
CONDOTTIERO DELLA CASA D’ISRAELE
CHE APPARISTI A MOSÈ NEL ROVETO INFIAMMATO
E A LUI SUL SINAI CONSEGNASTI LA LEGGE
VIENI A LIBERARCI COL TUO BRACCIO POTENTE.

Nell’evocazione del Nome che sulle labbra di Israele sostituisce il Nome
Impronunciabile.I tre grandi eventi della fondazione dell’Alleanza:la rivelazione del Nome nelle fiamme del roveto, il passaggio del mare e la consegna della Legge, raccontati nel Libro dell’Esodo, sono qui unificati in quell’unica notte di tenebre e di fuochi, di bagliori e di lampi, di spaventi e di cantici, che è la grande Notte Pasquale.
Attraversando a piedi asciutti i flutti aperti dal vento di Dio la casa di Giacobbe entrava nel grande deserto per il suo lungo cammino verso la
terra promessa ai padri lontani.
L’accompagnava la divina Presenza nei segni rassicuranti di una colonna di fumo che la guidava di giorno e da un pilastro di fiamme che ne illuminava le notti.
Nel cuore di quel deserto Mosè fuggitivo e pastore aveva visto nel fuoco del roveto infiammato squarciarsi le tenebre del mistero del Senza Nome e riceveva il mandato di condurre alla libertà quello che ancora non era un popolo ma una massa di schiavi, perché diventasse il popolo del Signore, la Sua porzione di possesso.
Sulla vetta infiammata della santa montagna risonante di tuoni e di trombe gli era data la doppia stele dei comandi divini, documento inviolabile di una inaudita alleanza tra l’Eterno e quella povera gente confusa, dura a comprendere, incostante nell’obbedienza, segnata per sempre da una elezione fatidica.

È la notte nella quale Mosè ed i figli di Israele
cantarono un canto al Signore potente e glorioso, al guerriero invincibile che travolgeva i nermici sprofondandoli come piombo nel mare
Il canto che possiamo leggere nel Libro dell’Esodo al capitolo 15.
Un canto che ancora canta Israele nel suo angoscioso cammino nei secoli, che di generazione in generazione consola ed illumina il suo
tragico privilegio, rassicurante memoria dell’evento lontano e accensio-
ne della irrinuncibile speranza nel Dio di Giacobbe.
È il canto che cantiamo anche noi nella notte pasquale, alla luce del cero santificato, roveto sempre acceso nelle notti del mondo, colonna
irremovibile della Presenza, fiamma dell’intramontabile stella, anche nol
ricordando il prodigio lontano, chiedendo che anche per noi vinti i nemici si apra l’invalicabile mare, che siamo guidati anche noi nel deserto dalla sollecitudine del Pastore, che anche per noi si accenda la fiamma del Nome, che anche noi con umili mani e cuori obbedienti possiamo ricevere i santi comandi di Dio, non più schiavi ma figli, liberati dal braccio dell’Eterno.
Poiché ‘Questa è la notte della quale fu scritto.’
Ecco: la notte sarà luminosa come il giorno’
e: ‘La notte sarà la mia luce, e mi riempirà di gioia.’
Poiché la santa potenza di questa notte sconfigge i crimini,
lava le colpe, e restituisce l’innocenza ai caduti
e agli infelici letizia.
Sconfigge gli odi, fonda la pace, piega gli imperi.”

O RADIX IESSE


O RADIX IESSE
QUI STAS IN SIGNUM POPULORUM
SUPER QUEM CONTINEBUNT REGES OS SUUM
QUAM GENTES DEPRECABUNTUR
VENI AD LIBERANDUM NOS, NOLI TARDARE.

O ALBERO NATO DA IESSE
CHE TI INNALZI COME UN VESSILLO SUI POPOLI
DAVANTI AL QUALE I RE TACERANNO
CHE SUPPLICHERANNO LE GENTI
VIENI SENZA TARDARE A SALVARCI.

Dal primo Adamo erano venute la sventura e la morte, da un figlio di Adamo dovevano tornare la dignità e la vita.
Sulla tragica soglia del Giardino Perduto Dio si era impegnato a com-
battere l’Ingannatore omicida, e già aveva annunciata la Sua vittoria:
da una donna sarebbe nato Colui che lo avrebbe sconfitto.
Passavano i secoli faticosi per i mortali e i millenni rapidi come un battito di ciglia per Lui.
Poi, In un piccolo villaggio di Giuda che si chiamava Casa del Pane
un uomo viveva, con otto figli, pastori di greggi.Il suo nome era Iesse.
Re voluto dal popolo del Signore era Saul.
Ma il Signore mandava in quella casa Samuele, il profeta, perché ungesse il Suo re, il re che Egli aveva stabilito da sempre.
Il Primo Libro di Samuele racconta con irresistibile incanto quella segreta elezione.
L’ottavo di quei figli era Davide, l’adolescente pastore “dagli occhi belli”.
Lui, il più piccolo, quello che nessuno aveva pensato di convocare coi sette fratelli per presentarlo al profeta, doveva essere il re.
Di quell’eletto la Bibbia ci racconta l’eccezionale avventura, e ci fa
innamorare di quel re peccatore, contradditorio, fedifrago e generoso,
guerriero e poeta, cantore perfetto della Potenza e della Misericordia,
innamorato di Dio, di cui Dio è innamorato.
Dalla discendenza di lui doveva venire tra gli uomini Il Generato nel Seno divino prima dei secoli, il frutto sommo e glorioso delle umane generazioni .

L’arte del Medio Evo ha raffigurato con realismo quasi imbarazzante quell’albero, facendolo sorgere vigorosso - generoso di quattordici frutti - dal ventre di Iesse, fino al Figlio della figlia di Sion.
Qui sono figurati solo la corona fatidica di Davide ed il Fiore che Isaia aveva annunciato, la mistica Rosa madre dell’ultimo Frutto, e in alto il segno glorioso del monogramma del Re, alto come un vessillo di luce sui popoli.
(Quel monogramma, di solito letto come una abbreviazione di PaX
unisce, spesso in forma di croce, le lettere greche X e P, le prime del
titolo greco XPICTOC, l’Unto, il Consacrato, il Messiah.)

Aveva scritto Ezechiele:
“Ecco, io prenderò un ramo tenero dal cedro più alto,
dal vertice più alto dei suoi rami.
lo strappoerò e lo pianterò su un monte altissimo
sulla più alta di tutte le montagne
sul monte eccelso di Israele lo pianrterò:
Ed eromperà germinando e farà frutto
E diventerà grande
e potranno abitarvi tutti gli uccelli
facendo il nido all’ombra dei suoi rami.
E tuitti gli alberi della terra sapranno che Io, il Signore,
ho umiliato l’albero alto ed ho esdaltato quello umile,
ed hol seccato l’albero verde ed ho rezo frondoso quello secco.
Io, il Signore, l’ho detto.E lo feci.”
Ezechiele, 17, 21-24


Davvero come uccelli spaventati dai falchi riparassimo in Lui,
davvero vivessimo dei frutti ombrosi dei Suoi rami
davvero tacessero i re del mondo davanti a Lui, i capi ciarlieri dei popoli,
i docenti degli inganni, i maestri delle illusioni.
Davvero quel Vessillo contraddetto, quello stendardo di Dio che è la Croce, quell’ albero bello ornato dalla porpora del Sangue fosse riconosciuto, venerato e seguito da tutte le genti, sempre vanamente in attesa dell’ora solare della Salvezza.

O CLAVIS DAVID

O CLAVIS DAVID
ET SCEPTRUM DOMUS ISRAEL
QUI APERIS ET NEMO CLAUDIT, CLAUDIS ET NEMO APERIIT
VENI ET EDUC VINCTUM DE DOMO CARCERIS
SEDENTEM IN TENEBRIS ET UMBRA MORTIS

O CHIAVE DI DAVIDE
E SCETTRO DELLA CASA DI ISRAELE
CHE APRI E NESSUNO CHIUDE, CHIUDI E NESSUNO APRE
VIENI, E PORTA FUORI L’UOMO PRIGIONIERO DAL CARCERE
IN CUI GIACE NELLE TENEBRE, NEL BUIO DELLA MORTE.

Ancora Davide, ancora il Figlio della sua casa, il Davide vero di cui il figlio di Iesse era promessa e figura .
Egli tiene lo scettro e la chiave, che sono lo Scettro e la Chiave di Dio
Egli è quella chiave, Egli è quello scettro.
È Colui che spalanca i cancelli nesorabili della Morte, i battenti dei carceri, e porta via i prigionieri, Colui che apre agl occhi limpidi i Misteri e li sigilla agli impuri.Il Signore.

Aveva detto Isaia (22, 22):
“Io porrò la Chiave di Davide sullla sua spalla
e Lui aprirà e nessuno potrà chiudere
e chiuderà e nessuno potrà aprire
… e siederà sui trono della gloria nella casa di suo padre.”

E Giovanni, nell’Apocalisse (3, 7):
“Ecco che cosa dice Colui che è il Santo ed il Vero,
che ha le chiave di Davide
che apre e nessuno chiude, chiude e nessuno apre.”

E che può dire (1, 18):
“Io sono il primo e l’ultimo
e fui vivo e fui morto ed ecco sono il Vivente nei secoli
ed ho le chiavi della morte e degli inferi.”

Che Egli venga davvero accolto e invocato dagli uomini consapevoli della prigione dietro le cui sbarre, indaffarati, agitati e affannati come sono, giacciono Impotenti nel buio.

O ORIENS

O ORIENS
SPLENDOR LUCIS AETERNAE ET SOL IUSTITIAE
VENI ET ILLUMINA SEDENES IN TENEBRIS ET UMBRA MORTIS

O SOLE SORGENTE
SPLENDORE DELLP’ETERNA LUCE E SOLE DELLA GIUSTIZIA
VIENI ED ILLUMINA COLORO CHE GIACCIONIO NELLE TENEBRE
E NELL’OMBRA DELLA MORTE.

Isaia aveva annunciato (9, 2):
“ Il popolo che vagava nelle tenebre ha visto una grande luce,
per coloro che erano prigionieri nell’oscura regione della morte
una luce si è accesa.”

E gridava alla Città del Signore (60, 1…):
Alzati in piedi Gerusalemme, e risplendi
perché è venuta la tua luce
e lo splendore del Signore si è alzato sopra di te!
Poiché ecco:le tenebre coprono la terra e una caligine i popoli
e su te invece sorgerà il Signore
e la sua gloria si vedrà sopra dio te.”

E Zaccaria ll nascita del Battista benedirà il Signore cantando (Luca, 1, 78):
“Per la sua profonda misericordia il nostro Dio ci ha visitato
apparendoci dagli abissi celesti come un sole sorgente.”

Quel nostro sole è il Cristo, nel cui volto si è fatta visilibe l’invisibile Luce
e che pronuncia nei secoli le inaudite parole
“Io sono la luce del mondo!”

Qui, Il Suo lume trafigge la Notte, la Regina della morte, avventata come un rapace sul mondo, preda dellla sua usurpazione, avvolge nelle caligini
dell’Errore, dell’Ignoranza di Dio, della Desolazione.

Quell’usurpazione continua a perpetrarsi nei secoli, quella vittoria continua a detronizzarla, quel Sole la vince, nei cuori che Lo riconoscono
e credono, in coloro cghe si lasciano trasportare dalla Sua potenza “dalla
Potestà delle tenebre al Regno del Figlio Dell’Amore”, e vivono nella notte del mondo come i nati dalla Luce.

O REX GENTIUM

O REX GENTIUM ET DESIDERATUS EORUM
LAPISQUE ANGULARIS
QUI FACIS UTRAQUE UNUM
VENI ET SALVA HOMINEM QUEM DE LIMO FORMASTI.

O RE DELLE GENTI E LORO DESIDERIO
PIETRA ANGOLARE CHE UNISCI I DIVISI
VIENI, E SALVA L’UOMO CHE FORMASTI DAL FANGO

L’Alleanza è con un popolo.
La Salvezza è di un popolo:è diventare popolo, regno e città.
L’Adamo di fango ha ricevuto dalla Bocca un respiro, dalla Sapienza un destino:molttiplicarsi nell’amore riempiendo la terra e diventando popolo
Innumerevole, famiglia senza confini di Dio.
Perduto il Giardino, è chiamato ad entrare nella Città, a farsi esso stesso
Città. Non deserto senza vita né giungla senza pace, ma convivenza di
Amore.
Quella convivenza che accoglie i diversi, unifica i dispersi, fà concordi i nemici, quella città che la Pace circonda come un fermo baluardo di mura, quella città nella quale la Violenza non uccide più, la Bugia non tradisce, l’Ingiustizia non versa più le lacrime e il sangue degli umili
è davvero il desiderio dei popoli, la loro speranza di generazione in
generazione.

Pietra vivente di fondamento che la sostiene e la genera e pietra che ne sigilla Il sommo vertice è il Cristo. Lui solo.
In Lui le separazioni, le inimicizie, le estraneità, sono tutte annullate
nella unità di una sola universale elezione di amore.

Lo aveva annunciato Isaia (28, 16)
“Ecco io pongo nelle fondamenta di Sion una pietra perfetta,
angolare, preziosa, ben saldata, ”

Lo proclamava il salmo (118, 12)
“la pietra che gli edificatori avevano scartata
è diventata la testata d’ angolo. È il Signore che ha fatto questo,
ed è meraviglioso ai nostri occhi!”

Lo ricordava Pietro (I lettera, 2, 4)
“Aderendo a quella pietra viva che gli uomini hanno scartata
ma che Dio ha scelto e onorato
anche voi edficatevi come pietre vive sopra di essa,
come una casa spirituale per un sacerdozio santo…”
per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio…”

Gli faceva eco Paolo (Efesini, 2, 20)
“…edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, in quella
pietra angolare che è il vertice, nella quale tutto l’edificio cresce
come un tempio santo nel Signore, anche voi diventate insieme
quell’edificio, dimora di Dio nello Spirito.”

È la dimora che La Sapienza si costruiscxe per ospitarvi gli uomini,
la Gerusalemme che cresce nei secoli “come una città ben salda e
compatta “sotto lo sguardo dell’Architetto Divino.
La città che Giovanni vede calarsi dal cielo, bella come una sposa,
splendente di gloria, domicilio perenne degli amici di Dio.
(Apocalisse, 21)

Di quella Città noi possiamo essere già, nella storia, quello che Pietro
ci invita ed essere: “la cittadinanza santa, il popolo che Dio si è conqui-stato, perché testimoniate la potenza di Colui che vi ha chiamato dalle tenebre alla Sua mirabile luce, voi che prima non erevate un popolo, ed
ora siete il popolo di Dio.” (I lettera di Pietro, 2, 9)


O EMMANUEL

O EMMANUEL
REX ET LEGIFER NOSTER
EXPECTATIO GENTIUM ET SALVATOR EARUM VENI
AD SALVANDUM NOS DOMINE DEUS NOSTER

O EMANUELE
NOSTRO RE E NOSTRO LEGISLATORE
ANELITO DEI POPOLI E LORO SALVATORE
VIENI A SALVARCI, SIGNORE DIO NOSTRO


La Sapienza ha compiuto il disegno, le promesse lontane sono state mantenute, il Dio del roveto ha mostrato Il Suo volto, l’Alleanza è sancita, l’albero delle generazioni ha dato il suo Frutto, Davide è venuto a regnare, il Sole è sorto, la Pietra è stata scelta, la speranza delle genti è
Compiuta.
Nella “pienezza” misteriosa del tempo la Sapienza è venuta.
Primogenita e Sposa, Parola irrevocabile delle sante labbra di Dio,
esecutrice infallibile dei disegni divini, amica degli uomini, la Sapienza è venuta.
Dalle inaccessibili sedi celesti, dai regali palazzi d’avorio risonanti di flauti è discesa con noi, sotto la nostra tendanel dfeserto, a convivere.Lei che dichiarava sua somma letizia abitare con i figli degli uomini.
Ed è venuta coma un Bambino.

Lo aveva annunciato Isaia:
“Ecco, una vergine concepirà e darà alla luce un figlio
ed il Suo nome sarà Emmanuel, IL DIO CON NOI.” (7, 14)

Ed ancora:
“È nato per noi un bambino, e ci è stato dato il Figlio:
sulle sue spalle sarà il potere del Re
ed il Suo nome sarà:Il Meraviglioso, l’Angelo che porta saggezza.
Il Dio forte, il Padre del futuro, il Principe dalle Pace.” (9, 6)

Ne annunciava il salmo la dolce venuta:
“Scenderà come la pioggia sull’erba,
come le gocce di rugiada stillanti sopra la terra.
Nei Suoi giorni sorgerà la Giustizia e sarà piena la Pace
fin che non verrà meno la luna.” (72, 6)
Dono della mano del Padre, il Fanciullo Divino il Figlio consostanziale
Il Generato prima della prima stella, in questa immagine appare benedicente al di sopra delle sfere del mondo creato, sopra i cerchi
astrali del Fuoco, dell’Aria, dell’Acqua che circondano la Terra tenendo il rotolo della Verità e della Legge.
Sotto di Lui i due Serafini di fiamma ricordano la visione di Isaia:
“…E gridavano l’uno all’altro:
Santo Santo Santo è il Signore Dio degli eserciti
la Sua gloria riempie tutta la terra.” (6, 3)

Con questa icona della Presenza, con questo Bambino non più annunciato ma ostenso, non più indicato con le antiche “figure” ma
visibile finalmente ai nostri occhi, in questo Volto rivelato, in questa decifrazione del Mistero, termina il lungo cammino delle speranze dei popoli, il tempo millenario della aspettazione.

Sull’umile soglia di Betlemme, ai piedi di quel Bambino, ci hanno condotto
le sette giornate del nostro cammino di Avvento.
Da quell’umile asilo, da quella fatidica “Casa del Pane” nella quale la Sapienza Lo ha fatto nascere come avevano detto i Profeti ”disponendo” al suo fine l’orgoglio di un imperatore del mondo, inizierà il Suo straordinario cammino di Uomo:da Betlemme a Gerusalemme, dove
consumerà sulla croce l’impeto di amore che Lo ha spinto a gettarsi dalle regali sedi celesti nella terra dove la morte ci uccide.

Se Lo accoglieremo come i pastori, se Lo adoreremo come i magi, se lo seguiremo come coloro che credettero in Lui, potremo essere partecipi della grazia di quella Sua Morte che non ha ucciso la vita, ma ne ha fatto agli uomini l’irreversibile dono, in cammino con Lui verso il Giorno venturo del quale il Tempo di Avvento è figura e garante, il giorno nel quale apparirà come un lampo improvviso di gloria sulle mura pacificate di Sion, per insediarci con Lui nella Santa Città, trono solare del Suo regno oltre i secoli.

Renato Laffranchi - don@renatolaffranchi.it