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L'Angiola

  • 2016

Serie

Incontri

Descrizione

Dicevamo che era distratta e lo era; e quanto ci ha fatto ridere con le sue gaffes e con le sue sviste, a loro modo geniali. Ma ripensandoci (e rigodendone ogni volta) mi sono convinto che era piuttosto come se vivesse contemporaneamente in due mondi paralleli e diversi: quello che noi chiamiamo “reale” e quell’altro inesplorabile e suo. Con imprevedibili passaggi tra l’uno e l’altro; e che, al contrario di quello che capita a noi, le sue incursioni momentanee fossero proprio nelle circostanze reali, riuscendone così spesso spaesata e facendoci ridere.

Quando eravamo bambini nel magico cortile di Piadena e poi ragazzini nel giardino di quella antica casa di Brescia cancellata da un parcheggio (sempre la poesia sacrificata all’“utile” e mai che accada il contrario) era la mia partner preferita – e un po’ la mia vittima – in serate teatrali nelle quali autore, regista, scenografo e costumista, e suggeritore, ero io. (Forse per la mia vera vocazione, o piuttosto come primizie di quel “brutto carattere” che mi rimproverano, e di cui ringrazio Dio.) Avevo in luogo una dozzina di comparse, ma la star era lei.

Per l’immedesimazione entusiasta e totale nei personaggi, di solito guerrieri vinti in battaglia e nobilmente fieri sotto le torture, o principesse indiane innamorate (avevo visto il film “Borneo selvaggia”).

Ho poi letto che questo immedesimarsi era uno dei “modi” di fare teatro secondo ragguardevoli teatranti, una visione che ignorandola lei aveva trovato appassionatamente sua. 

Plurima anche in questo come nelle sue cittadinanze, la mia Duse si esibiva nei ruoli ugualmente amati di una femminilità pucciniana, magari nipponica, agonizzante di amore nei candidi veli della liseuse della mia mamma e di eroi foscoliani o addirittura napoleonici.

Proprio immedesimata nell’empereur, nel bagno di Piadena, salendo d’impeto sul corsiero che era poi il portasalviette battè il mignolo sul candido dorso e rovinò a terra senza uscire del tutto dal suo personaggio, così che i lamenti ebbero una nobiltà da tragedia attica sproporzionata per noi che deludendola ne ridemmo. 

E di questo imprevedibile andare e venire da un mondo all’altro (come se la conducesse per mano Ermes che amava, il dio dei passaggi) potrebbe raccontare più di un libro. A volte di quelle sviste ero vittima anch’io, come in quella andata a Mantova nel 44 per trovare informazioni su un cugino in mano ai tedeschi che fu poi deportato. 

Per evitarmi l’imbarazzo che alcune gaffes mi avevano già procurato (era la mia prima uscita in tonaca con una ragazza e i costumi non erano rilassati come adesso) mi depositò in Sant’Andrea e mi dimenticò, fin che qualcuno le chiese notizie dei parenti di Brescia e si precipitò disperata a recuperarmi. E io mi ero preso un raffreddore.

Ma devo dire che in questi pasticci le ero compagno assiduo, tanto che la sua mamma era in pensiero se per qualche impresa partivano insieme i due incapaci (“i du luc”).

Adesso, da vecchio, quando mi prendono brevi attacchi di panico per qualche distrazione, penso a quelle molto più allarmanti che combinavo a trent’anni e mi consolo pensando che sarà una forma di demenza tout court (di cui sono anche grato) ma per ora non è demenza senile. E ne ridiamo insieme, lei là ed io qua, poiché se è vero che tra Lazzaro in braccio ad Abramo e l’epulone punito è stabilito un abisso impercorribile, tra il Giardino di cui lei si gode i fiori (altra sua passione) e il mio asfittico giardinetto il cancello è sempre aperto, e si va e si viene.

Se si ha il passaporto dell’Amore.

L’amore. In quella che appariva al buon senso una gran confusione, in quella appartenenza contemporanea a due diverse esperienze del mondo c’era in Angiola una luce unitaria, una forza che le amalgamava, una coerenza senza distrazioni, una prevalenza infallibile: l’Amore.

Il ragazzo del suo primo amore, lo amò quando si volse altrove; respinse i consigli che le suggerivano “azioni”; aiutata in questo da don Mazzolari, che le diceva: Ascolti solo il suo cuore. 
Lo ascoltò; e fu la sua vittoria. E senza saperlo amò come ci ama il Signore: “usque in finem”.

Amò i suoi figli, come la leonessa nutrice della Bibbia e li difese con feroce fierezza, lei così mite e incapace di difese.

Le sue nozioni teologiche potevano essere un po’ confuse, come capitò sempre ai miei parenti e ai miei amici migliori, ma amando aveva centrato l’essenza e perdonando si era trovata della stessa razza di Dio, fatta simile a Lui che ha a dei colpi di testa, e delle imprevedibili cotte, visto come e di chi si innamora. Più intima e somigliante (così si chiamano in russo i santi) di tanti funzionari del Sacro che hanno i registri pieni di definizioni di distinguo, di documenti vescovili e di piani pastorali e il cuore vuoto.

Io la ringrazio, la mia star, per quello che è stata nella nostra vita, per quello che della vita ci ha insegnato - e dell’amore; e per averci fatto tanto ridere (i cattivi non fanno gaffes e non si distraggono mai.)

E Dio non è un contabile senza fantasia, ma un innamorato di noi.
Renato Laffranchi - info@renatolaffranchi.it