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In morte di Giovanni Anessi

  • 1980

Serie

Incontri

Descrizione

Era un ragazzo che si riscattava da dolorose esperienze di alienazione e voleva riscattarne i suoi amici con un impegno che mi sbalordiva. Una sera di Natale mi chiedeva se avrei accolto alla Messa di mezzanotte una dozzina di loro, perché scoprissero presenti e accessibili i beni divini che cercavano nei labirinti delle droghe e nei fantasmi dell'India.

Si era innamorato del Signore con un innamoramento che era forse follia – e certo lo era, confrontato con la prudenza con cui di solito riteniamo saggio non esagerare negli amori. Mi diceva che voleva uscirsene dal mondo “per andare da Gesù”, e lo fece, pur amando come amava la sua mamma, la sposa e la sua bambina.

Non dimenticherò più quella messa nella chiesa del manicomio, con la Brescia bene che riempiva i banchi (della quale qualche onorevole rappresentante ebbe a lamentare la facilità con cui io manderei in paradiso gli immeritevoli) e fuori, nel sole, i ragazzi attenti a quel che avrei detto del loro amico.

Non dimenticherò che al momento della Comunione avevo portato il Signore alla mamma di Giovanni al suo banco per un atto che mi sembrava doveroso di cortesia, per poi sentirmi dire che dal banco non avrebbe osato uscire, visto che un frate più zelante di me le aveva negata l'assoluzione al mattino, avendogli confessato che non capiva il Signore.

Di quelle parole ho ritrovato il testo, che avevo scritto come faccio raramente perché risultassero chiare ai farisei in prima fila e raggiungessero i pubblicani fuori dal tempio. Sono queste:


Io non ho potuto dire di no alla richiesta della mamma di Giovanni che mi ha chiesto di celebrare questa Messa con voi. Ma vi lascio immaginare quanto mi può costare.

E nemmeno avrei potuto negare a lui questo ultimo atto di amore, nell’ordine terreno, che gli posso dare, perché continuerà l’amicizia, continuerà l’amore nelle dimensioni nuove che il suo trasferimento nel Signore ormai ha stabilito.

Credo nella testimonianza che viene dal mio affetto per lui e che diventa d’obbligo per il bene che lui mi ha portato, certo tanto di più di quanto io potessi aver meritato. Ma è una testimonianza che viene anche dalla mia coscienza di uomo e dalla mia coscienza di prete. Mentre vi leggevo queste parole di Gesù io devo dirvi che non ce n’è una in cui io non l’abbia riconosciuto. Io gli devo dare testimonianza di questo bisogno profondo che ha segnato e ha consumato la sua vita; questa sete che lo ha bruciato, che era la sete delle cose invisibili.

Paolo ha detto e dice a noi che siamo qui, adesso, tante volte così allontanati dall’invisibile dalla presenza delle cose e dei valori del visibile e dagli adempimenti anche i più alti del visibile : “non fissiamo lo sguardo sulle cose che si vedono, che durano solo un momento, ma fissiamo lo sguardo sulle cose che non si vedono e che sono eterne”. Lui aveva questa capacità di cercare, questa capacità di spingersi continuamente al di là. Chi lo ha conosciuto bene sa che era addirittura stranamente assetato di Dio, ne aveva sete, davvero come un cerbiatto ferito. Quella sua mitezza che ha toccato e ha conquistato il cuore di tanti amici, quella sua volontà di pace, vedete, non sono cose perdute. Noi non siamo, anche se avendolo amato abbiamo gli occhi pieni di lacrime, non siamo accasciati e smarriti davanti a un abisso di buio e di tenebre, davanti all’enigma; siamo semmai smarriti e stupefatti e incapaci di leggere davanti al mistero che è un mistero di amore, di quell’Amore che è l’unica realtà che conta nella nostra vita.

Come sarà il nostro itinerario? Io in questi giorni ho pensato tanto a Giovanni, ho parlato tanto di lui come possiamo farlo, poveramente, noi uomini, nel Signore, e ne ho una certezza interiore piena di luce e piena di serenità. Non sono queste le creature che si perdono. Il Signore, certo, lo ha accolto nel suo abbraccio di tenerezza, di dolcezza e di pace. E mentre celebriamo questa Messa, che non dimentichiamo è Eucaristia cioè è capacità di rendimento di grazie davanti al mistero che ci fa piangere, mentre lo raccomandiamo alla misericordia del Signore, gli domandiamo tutti umilmente, per il bene che ci ha voluto in terra, di pregare per noi, di aiutare noi a vivere il corso della nostra vita cercando quello che lui ha cercato, a non essere troppo rassicurati se ci sentiamo delle persone nell’ordine, se ci sentiamo dei buoni, se ci sentiamo dei cristiani; a risuscitare in noi se si è spento per un invecchiamento dello spirito il bisogno di Dio, la nostalgia di Dio, la sete di Dio, il desiderio di lanciarci nell’avventura e nel rischio.

E allora, se noi siamo qui con lui non per concludere una vita, ma per vivere insieme il passaggio di una vita dalla dimensione temporale alla dimensione eterna, circondando un passaggio che è sempre pieno di dolore, di mistero, come sarà anche il nostro, con tutta la nostra tenerezza, con la nostra fraternità, con la nostra comunione di battezzati, con la nostra preghiera, con le nostre lacrime, veramente possiamo essere certi che si compie una realtà in questo momento, anche tramite noi, e che ci viene un dono, anche tramite lui, che vicino al Signore certo più profondamente vede le cose che intuiva.

Io mi ricordo certe lunghe affettuose e sorridenti conversazioni con Giovanni tante volte di notte, nel mio studio, non di nascosto, perché non dovevamo nascondere niente, ma certo nella discrezione di una intimità piena di rispetto. E mi ricordo quest’ anima alla soglia della luce, quest’anima che stava per toccare il cuore di Cristo nel quale si voleva rifugiare e nel quale adesso è entrata.

Raccogliamo questi poveri pensieri che vi dice un povero prete che oggi ha davvero il cuore rotto, anche perché si domanda, come possiamo domandarci tutti, quante volte la nostra vita non ha aiutato dei cuori ad avvicinarsi a Cristo, quante volte le nostre parole, i nostri comportamenti, le cose che riteniamo importanti, le cose per le quali i giovani ci vedono vivere, li impoveriscono, li avviliscono, li scoraggiano, facendoci responsabili di quel monito tremendo di Paolo rivolto ai padri e a tutti coloro che, avendo più anni più esperienza, più potere, diventano responsabili di un dovere di amore verso i ragazzi: “fate in modo che non si sconfortino davanti alla vita”.

Ebbene, questi pensieri raccogliamoli, e preghiamo per noi, e chiediamo al Signore che anche questo segno della morte di Giovanni ci renda capaci di leggere più profondamente nella nostra vita, nel nostro destino, nel nostro esito.

Se me lo consentono i ragazzi che gli hanno voluto bene, i suoi amici, vorrei dire loro, e penso di dirlo con la sua voce: prendete in mano con gioia la vostra vita e lasciatevi prendere per mano da Gesù Cristo che della vita è l’amico, che della vita è garante, che la vita arricchisce.

16 giugno 1980

Renato Laffranchi - info@renatolaffranchi.it